Lettura condivisa LGBT+ ad Artèmisia

Il Comune di Capannori, grazie ai fondi della Rete READY, ha messo a disposizione della Biblioteca Ungaretti decine di libri a tematica LGBT+ consigliati dall’associazione LuccAut.

Per celebrare il momento in cui i libri diverranno patrimonio pubblico, LuccAut ha deciso di organizzare un pomeriggio di Lettura Condivisa aperta a tuttx.

Sabato 11 dicembre, alle ore 16:00 presso la Sala Pardi del Polo Culturale Artèmisia di Capannori, la cittadinanza è invitata a partecipare a questa iniziativa, per leggere e/o ascoltare le parole all’interno dei libri scelti.

Come funziona?

Prima dell’evento scegli un libro che già conosci, che hai letto interamente o parzialmente.

Prenotati per l’evento a luccaut@gmail.com indicando titolo, autore/trice e un breve estratto che ti ha colpito di più.

Durante la lettura, la moderatrice chiamerà il titolo del libro da te indicato. Ogni lettura non deve superare i 3 minuti.

Tra una lettura e l’altra non verranno fatti commenti: sarà il momento dell’ascolto.

Per partecipare non serve nessuna competenza particolare, lo scopo è quello di far parlare i libri.

Di seguito l’elenco dei libri:

  1. PIU RICCHE DI UN RE, C. BARBERO
  2. QUEER GAZE, ANTONIA CARUSO
  3. ETTORE L’UOMO STRAORDINARIAMENTE FORTE, MAGALI LE HUCHE
  4. SENZA PAURA, ALESSANDRO ZAN
  5. CACCIA ALL’OMO, SIMONE ALLIVA
  6. L’OTTAVA SOPRA, PATRIZIA LAZZARI
  7. LA FAMIGLIA X, GRIMALDI MATTEO
  8. RAFFI, CRAIG POMRANZ
  9. D’AMORE E DI LOTTA, AUDRE LORDE
  10. COME LE CICALE, FIORE MANNI
  11. FLAMER, MIKE CURATO
  12. LA DISEDUCAZIONE DI CAMERON POST, EMILY M. DANFORTH
  13. HO PAURA TORERO, PEDRO LEMEBEL
  14. SONO UN MOSTRO CHE VI PARLA, PAUL B. PRECIADO
  15. LAURA DEAN CONTINUA A LASCIARMI, TAMAKI – VALERO
  16. LA DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DEI MASCHI, ELISABETH BRAMI
  17. LA DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELLE FEMMINE, ELISABETH BRAMI
  18. LE MALDICENZE, FLAVIA BIONDI
  19. C’E’ QUALCOSA DI PIU NOIOSO CHE ESSERE UNA PRINCIPESSA ROSA?,RAQUEL DIAZ REGUERA
  20. PICCOLO UOVO, FRANCESCA PARDI
  21. JULIAN E’ UNA SIRENA, JESSICA LOVE
  22. ABBRACCIA I TUOI COLORI!, MURIEL ELISA DE GENNARO
  23. CHIAMAMI COL TUO NOME, ANDRE’ ACIMAN
  24. LA DONNA BRUTTA. VITA E SCRITTURA DI VIOLETTE LEDUC, ELEONORA TARABELLA
  25. ARCHITETTURE DEL DESIDERIO, F. FABBIANI, C. ZANNINI
  26. LA TERRA NON E’ PIATTA, AA.VV
  27. SAETTA ROSSA, R. ATZENI, B.BUCCI
  28. BENVENUTI IN FAMIGLIA, M. HOFFMAN
  29. IL RE NUDO. PER UN ARCHIVIO DRAG KING IN ITALIA, MICHELA BALDO
  30. GIROTONDO, S. ROSSI; A.INNOCENTE
  31. DIVERSITY HOTEL, LUCA ZANFORLIN
  32. QUEER. UNA STORIA PER IMMAGINI, BARKER-SCHEELE
  33. I MOVIMENTI OMOSESSUALI DI LIBERAZIONE, MARIASILVIA SPOLATO
  34. VOLEVO SOLO ESSERE FELICE, ALESSANDRO COZZOLINO
  35. BACIAMI ANCORA, FORESTIERO, PEDRO LEMEBEL
  36. UN APPARTAMENTO SU URANO, PAUL B. PRECIADO
  37. IL CORPO DEL TESTO, LAURA FONTANELLA
  38. PAPA’ PER SCELTA, DE FLORIO; TUMINO
  39. NON SONO QUESTI I PROBLEMI, DELICATO FRANCESCA
  40. PER SEMPRE, PETRICELLI – RICCARDI
  41. FENICOTTERI IN ORBITA, PHILIP RIDLEY
  42. STORIA DI MARCELLA CHE FU MARCELLO, BIANCA BERLINGUER
  43. QUEER HEROES AA.VV
  44. GENERATIONS OF LOVE, MATTEO B. BIANCHI
  45. L’AURORA DELLE TRANS CATTIVE, PORPORA MARCASCIANO
  46. PARLAMI D’AMORE, PEDRO LEMEBEL
  47. FUORI DAL DUNGEON, MARTA PALVARINITESTO TOSSICO, PAUL B. PRECIADO
  48. APPUNTI PER UN DIZIONARIO DELLE AMANTI, MONIQUE WITTIG
  49. ZAMI. COSÌ RISCRIVO IL MIO NOME, AUDRE LORDE
  50. LE DOMONAUTE, CLARA GARGANO
  51. IL RAGAZZO STREGA, M.K. OSTERTAG
  52. L’ITALIA CHE NON C’ERA, CIRINNA’ MONICA
  53. LA MOSTRUOSITRANS, FILO SOTTILE
  54. STRANIZZA, VALERIO LA MARTIRE
  55. TESTO TOSSICO, PAUL B. PRECIADO

Ma non hai paura che lei ti tradisca con un uomo?

“C’era la bandiera arcobaleno in piazza, un gazebo con volantini informativi colorati, i miei compagni e le mie compagne che si aggiravano per accogliere i passanti, scambiare due parole, dare informazioni sull’evento in corso.

Avevo allestito la piazza insieme agli altri e alle altre, felice della nostra prima presenza all’aria aperta, fuori, in mezzo alla gente, esposti, visibili.

Sedevo su una sedia pieghevole accanto a quella che allora era la mia ragazza, tenendo in mano un cartello che mostrava il titolo del nostro libro “Orgoglio e pregiudizi”. Fino a quel momento avevamo vissuto la nostra relazione con serenità e orgoglio, io donna bisessuale, lei donna lesbica. Da poco avevamo iniziato a fare insieme attivismo.

Avevamo allestito in piazza una Biblioteca Vivente: un evento in cui persone fisiche narrano la propria storia ad altre disposte ad ascoltare. La metafora del libro è particolarmente coerente con quanto avviene durante un incontro tra chi narra e chi ascolta: quest’ultimo, in silenzio, si pone nella prospettiva insolita di chi sospende il giudizio di fronte ad un racconto che si snoda in vicende e aneddoti su cui non ha controllo e potere. Ascolta, si espone a qualcosa di nuovo, inaspettato, magari scomodo.

Noi ci intitolavamo “Orgoglio e pregiudizi”. Il nostro libro parlava dei pregiudizi sull’essere una coppia dello stesso sesso, dei pregiudizi sulle donne lesbiche, dei pregiudizi che ci possono essere in una coppia ad orientamento misto, ovvero, come nel nostro caso, in cui non entrambe le persone sono per esempio omosessuali. Di fatto le sfumature e le differenze di orientamento all’interno delle relazioni sessuo-affettive esistono, ma rimangono spesso invisibili.

Verso la fine della giornata una donna si siede davanti a noi per ascoltare la nostra storia. Ad un certo punto si presenta come donna lesbica e interviene sul mio racconto dicendo: “Ma devi dirti lesbica, perché la tua parte etero è quella che la società ti spinge a preferire!”. Questa affermazione, dalla prospettiva di una persona bisessuale è completamente insensata, le persone bisessuali non si percepiscono in parti e tanto meno percepiscono il proprio orientamento come una percentuale binaria di attrazione verso due sessi. Con fatica cerco di far capire questo aspetto, ma invano. Alla fine di questo incontro, confrontandomi con la mia ragazza, ci scambiamo qualche perplessità sull’accaduto, per poi interromperci e accogliere la persona successiva.

Questa persona ascolta la nostra storia in silenzio, alla fine si rivolge alla mia ragazza: “Ma come fai a stare con una persona che è anche attratta dagli uomini? Non hai paura che ti tradisca con un uomo?”

La domanda avvilente colpì entrambe. Eravamo sconcertate. Ero ammutolita, non potevo rispondere, perché la domanda non era rivolta a me (anche se io ero il bersaglio). La mia ragazza risponde indignata e decisa:

“Perché dovrebbe tradirmi? E perché con un uomo? Non perché lei è bisessuale, allora sicuramente mi tradirà, e con un uomo!”
Vorrei una legge che mi tuteli dalla bifobia, ovvero da tutte le forme di cancellazione e invisibilizzazione della bisessualità, di invalidazione e assimilazione della bisessualità, ipersessualizzazione e oggettificazione sessuale delle persone bisessuali.”

Maria

 

Contributo inerente all’iniziativa “Vorrei una legge che mi tuteli come ha fatto…”.

Ero a Londra…

“Ero a Londra, un ambiente multiculturale, ero studente in un’università che si rivolgeva alle classi sociali meno abbienti. A quell’epoca non avevo ancora capito di essere trans e stavo seguendo il corso di psicologia del comportamento criminale.

Se non ricordo male, la docente stava parlando dello stigma e fece l’esempio delle famiglie arcobaleno. Uno studente con pregiudizi religiosi e molta ignoranza sul tema prese la parola e cominciò ad asserire che gli omosessuali non possono avere figli, che è innaturale (i soliti argomenti ritriti) etc. Prima ancora di poter aprire bocca, metà della classe insorse con gli stessi argomenti che avrei usato io per confutare quelle tesi anacronistiche.

Lo stupore che provai per l’indignazione di persone che avevo avuto a fianco per settimane e che sapevo non essere lesbiche, gay, bisessuali o trans e che nonostante questo si alzarono in piedi ed alzarono la voce per difendere un principio, mi lasciò a bocca aperta. Non mi sono mai più sentit* così al sicuro come in quella situazione.

Il giorno in cui, in quanto persona trans e non binaria, le persone intorno a me insorgeranno (non c’è una parola più bella di insorgere perché il pregiudizio ha bisogno di sdegno e fermezza e voce per essere spazzato via) con gli stessi argomenti che userei io, saprò di essere al sicuro, non ci sarà bisogno di convincermi che lo sono.

Uno Stato dove non si gioca al massacro delle minoranze è uno Stato dove l’educazione sulla diversità è incoraggiato e non si tollerano argomenti retrogradi per togliere diritti sacrosanti alle persone, perché il pregiudizio non è libertà di culto o di espressione. Il pregiudizio, lo stigma, gli stereotipi sono solo dannosi per tutt*.”

Storm

 

Contributo inerente all’iniziativa “Vorrei una legge che mi tuteli come ha fatto…”.

“Vorrei una legge che mi tuteli come ha fatto…”

Quest’anno in Italia siamo in attesa di una legge che tuteli le persone da attacchi, discriminazioni, abusi e violenze basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere.

Tuttavia, nonostante questa mancanza di tutela legale, persone, associazioni, gruppi, organizzazioni si battono per la difesa dei diritti delle persone LGBT+.

Ti chiediamo un contributo raccontandoci, coerentemente con il titolo dell’iniziativa:

  • “quella volta che qualcunx ti difese da un attacco alla tua identità di genere o orientamento sessuale”

Oppure:

  • “quella volta che io difesi una persona da un attacco alla sua identità di genere o orientamento sessuale”

 

La forma del tuo contributo può essere:

  • Un breve scritto di circa 500 parole (in formato word e pdf)
  • Massimo 3 fotografie (formato jpeg)
  • Un breve video di max 1 minuto
  • Un audio (formato mp3) di max 1 minuto

 

Invia il tuo elaborato a vorreiunalegge@gmail.com

 

Tutti i contributi verranno pubblicati sui nostri canali social (Facebook e Instagram) e sul sito di LuccAut  www.luccaut.wordpress.com

Se lo desideri puoi richiedere che il tuo contributo venga pubblicato anonimamente o con uno pseudonimo. In qualsiasi altro caso riporteremo il tuo nome (anagrafico o di elezione).

Partecipando a questa iniziativa dai il consenso alla pubblicazione del materiale fornito, siamo a disposizione per qualsiasi domanda o chiarimento in merito al trattamento dei tuoi dati personali (già trattati in base all’art. 13 del D. Lgs. 196/2003 e all’art. 13 del Regolamento UE 2016/679 relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali.)

Ci riserviamo di non pubblicare contributi offensivi verso qualsiasi gruppo e/o persona.

L’iniziativa è promossa congiuntamente dall’associazione di promozione sociale LuccAut e dal comitato Arcigay Orlando di Brescia (che trovi anche su Instagrame Facebook).

Le due realtà sono legate da obiettivi comuni, scambio di buone pratiche e reciproca contaminazione su temi e istanze riguardanti le persone lesbiche, gay, bi/pansesuali, asessuali, transgender, intersex, queer.

Attrazione fatale o fatale pregiudizio?

 

Ma quante sono le forme di attrazione?

Cos’è il sessocentrismo?

Hai mai sentito parlare di amatonormatività?

Il genere è sempre centrale nell’attrazione?

 

Venerdì 27 aprile LuccAut, BiT Bisessuali in Toscana, Carro di Buoi e Rifacciamolamore hanno esploso il concetto di “attrazione” ed hanno allestito un laboratorio-installazione presso il Cantiere Giovani.

Ad ogni partecipante era data la libertà di aggirarsi per la sala predisposta con tre tavoli tematici: uno dedicato all’attrazione sessuale, uno all’attrazione romantica e l’ultimo ad atri tipi di attrazione.

Un laboratorio creativo permetteva di creare e ricreare ciò che nei tavoli tematici veniva trattato in teoria: scrivere una lettera, ritagliare ed incollare immagini, annusare, baciare…

Stereotipi e pregiudizi colpiscono non solo quello che chiamiamo “orientamento sessuale”, intendendo con questo l’essere gay, lesbica, bi/pansessuale, eterosessuale o asessuale, ma anche il nostro modo di amare, provare attrazione, costruire e sciogliere legami, praticare il sesso ecc.

Una riflessione, quella sulla normatività legata all’attrazione e alle relazioni, che trasversalmente tocca ognun* di noi in quanto persone. Ne abbiamo voluto parlare in un laboratorio interattivo che ponesse al centro la condivisione delle conoscenze e delle esperienze al fine di dare valore alla sessualità autodeterminata e liberata da aspettative sociali e di genere.

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Non è facile dare un’idea esaustiva di come l’evento si è svolto e tirare le somme. Ogni partecipante si è portat* a casa qualcosa di diverso e una presa di coscienza personale.

Provando a fare un esempio, un termine su cui si è concentrata parte della riflessione è “sessocetrismo”, ovvero la centralità dell’attrazione sessuale nelle relazioni, nelle interazioni e nei discorsi, che contribuisce alla tendenza a “normare” il sesso e la sessualità.

Avete mai pensato a questo aspetto? Al sesso come metro di paragone? Al sesso come criterio secondo cui le relazioni si gerarchizzano?

E come si fa a decostruire questa componente delle nostre vite?

VdS, un’attivista di Rifacciamolamore, ha individuato alcuni punti di partenza:

  • decostruzione di normatività sessuali (riflettendo sulla distinzione tra sesso e genere; superando il binarismo di genere e sesso a livello di identità, espressione e ruoli di genere)
  • decostruzione di normatività sessuologiche (depatologizzazione e riconoscimento della dignità di ogni forma di sessualità fuori dalla norma genitalo-centrica e penetrazione-centrica)
  • decostruzione delle normatività interazionali (valorizzando tutte le forme di attrazione non sessuale)
  • decostruzione dell normatività relazionali (valorizzando le relazioni non sessuali, incluse quelle romantiche/di coppia)

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E l’amatonormatività???

Ne parla Carro di Buoi parafrasando le parole di Elizabeth Brake, autrice del libro “Minimizing marriage”:

“Dare per scontato che una relazione sentimentale (come un matrimonio o una convivenza) debba avere per forza la precedenza su tutti gli altri tipi di relazione, che l’obiettivo della vita di tutti sia il far parte di una di queste relazioni e che l’amore romantico debba essere considerato come un traguardo al quale tutte le persone dovrebbero ambire, per cui si pensa che coloro che sono fuori da queste relazioni, in realtà, ne starebbero cercando una.”

Ci avevate mai pensato?

Se la risposta è “no” siamo liet* di aver aperto un sentiero di riflessione.

Se la risposta è “sì” siamo liet* di condividere un percorso comune verso stili relazionali consapevoli ed autodeterminati.

Per approfondire vi rimandiamo a:

http://www.rifacciamolamore.it

http://www.carrodibuoi.it

e alla pagina facebook del collettivo BiT: https://www.facebook.com/BiTbisessualintoscana/

Link all’evento di LuccAut: https://www.facebook.com/events/297964880736151/

 

Open Day di AscoltaTi: il nostro sportello di accoglienza LGBT+

Ma visto che vi amo, miei coraggiosi simili, vi auguro di perdere anche voi il coraggio. Vi auguro di non avere più la forza di ripetere la norma e di fabbricare l’identità, di perdere la fede in quello che dicono i vostri documenti su di voi. E una volta che avrete perso il vostro coraggio, stanchi di gioia, vi auguro di inventare un modo per l’uso del vostro corpo. Proprio perché vi amo, voglio che siate deboli e disprezzabili. Perché è attraverso la fragilità che opera la rivoluzione.

Paul B. Preciado

 

Domenica 25 febbraio 2018 abbiamo inaugurato presso il Centro Giovani di Santa Margherita (Capannori) il nostro sportello di ascolto, orientamento e accoglienza: AscoltaTi.

La parola “ascoltati” può essere letta in due modi: ascòltati oppure ascoltàti. Il nostro sportello vuole valorizzare e promuovere entrambi i significati: l’ascolto di sé stess* per dare valore alle nostre identità, partire da un punto dentro di noi per poi portare la nostra testimonianza con serenità; l’ascolto che offriamo a chi ne sente il bisogno.

L’Open Day è stato un abbraccio collettivo, un momento di scambio e unione di forze da parte di tutt* coloro che hanno partecipato: il Centro Giovani colorato delle nostre bandiere dell’orgoglio, palloncini, gadgets. L’apertura dello spazio dedicato alle sedute di counselling e la realizzazione di un workshop dedicato al tema del coming-out, che ci ha lasciato un sacco di testimonianze, emozioni e impressioni colorate, scritte e disegnate su tovaglie di carta.

Raramente scoprirsi omosessuali, bisessuali, transgender, queer, asessuali, intersessuali è una consapevolezza priva di temporaneo sconforto, disorientamento, insicurezza e a volte dolore. Spesso ricevere il coming out da parte del* propri* figli*, genitori, amic*, parenti è un’esperienza che mette a dura prova, a causa dei pregiudizi, gli stereotipi e le pressioni discriminatorie nei confronti delle persone LGBT+.

“AscoltaTi” esiste per la volontà del* attivist* di LuccAut che credono nell’accoglienza e nella valorizzazione della diversità, che vogliono dare supporto e strumenti a coloro che vivono con difficoltà il proprio orientamento sessuale, la propria identità di genere, a famiglie omogenitoriali, a coppie composte da persone dello stesso sesso, a genitori LGBT+, a chiunque voglia iniziare a confrontarsi con tematiche relative a orientamento sessuale, identità di genere, non binarismo sessuale e stili relazionali considerati non convenzionali dalla maggioranza. E e pure a migranti, ospitati nelle strutture di accoglienza del territorio e fuggiti dal proprio Paese di origine perché omosessuali, che domandano una reale dimensione di orientamento ed integrazione.

I servizi offerti dallo sportello sono tutelati da segretezza professionale:

  • incontri con counselor professionale
  • orientamento verso i servizi sul territorio
  • informazioni su gruppi/associazioni LGBT+ presenti sul territorio
  • confronto/ sostegno con gruppo di ascolto
  • contatto diretto con l’associazione LuccAut (incontri, iniziative, eventi ecc)

Lo sportello è aperto tutti i giovedì pomeriggio dalle ore 15:00 alle ore 18:00 e si trova presso il Centro Giovani di Santa Margherita (Capannori), Via del Marginone 118.

Per maggiori informazioni sui servizi offerti dallo sportello e per prenotazioni scrivere a: ascoltati.luccaut@gmail.com

“X” come “famiglia”

“Tutte le famiglie felici si somigliano tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”

Quando ho finito di leggere “La Famiglia X” di Matteo Grimaldi ho ripensato a questo incipit (“Anna Karenina” di Lev Tolstoj) correggendo la frase in “Tutte le famiglie, felici e infelici, sono diverse tra loro. Tutte le famiglie infelici possono tornare ad essere felici.”

Michael, un adolescente che vive in una piccola città di provincia, è stato allontanato dai propri genitori a causa delle loro compromissioni con il traffico della droga. I servizi sociali intervengono per dare a Michael il sostegno famigliare di cui ogni ragazzo o ragazza della sua età ha diritto. Dopo l’allontanamento Michael viene temporaneamente trasferito a casa di una vecchia signora, la signora Guerra, che ama tanto parlare e leggere Anna Karenina. Un romanzo che lei descrive a Michael come una storia d’amore “travolgente, intensa, passionale”, un libro che al ragazzo fa venire i brividi solo a notarne le dimensioni, un “mattone di pagine” che incomprensibilmente emoziona la signora che si sta prendendo cura di lui: “Vorrei risponderle che a me le storie d’amore fanno venire il voltastomaco” pensa Michael, “ma lei ha già cominciato a raccontarmela”. Tenta allora di interrompere il fiume di parole con un “Sembra un libro parecchio allegro”, ricevendo come risposta “Sì, soprattutto il finale, quando Anna si butta sotto a un treno”.

Chiedo perdono se mi concentro su questo dettaglio, chiedo perdono a chi non ha mai letto Anna Karenina e chiedo perdono a chi, scorrendo questa recensione, pensava di leggere qualcosa sulle vicende del protagonista, ma il personaggio secondario della signora Guerra, sorpresa a leggere un certo libro, è il personaggio che apre uno dei principali fili conduttori del libro. Per questo scelgo di dedicare a lei queste righe.

Perché la signora Guerra legge Anna Karenina con così tanto trasporto?

Anche se non si è letto il celebre romanzo russo, siamo comunque a conoscenza della trama a grandi linee: donna adultera che sfascia la propria famiglia e che alla fine si butta sotto ad un treno. Sì, ma anche no.

Quel “mattone di pagine” contiene forse uno dei passi più travolgenti, appunto, in cui un autore trasporta ai lettori l’amore di una madre verso suo figlio. Anna, a causa del suo adulterio, viene allontanata da suo figlio Serëža. Uno strappo, una lacerazione nel cuore della donna che la fa scivolare verso la tragedia finale. Il passo del romanzo in cui Tolstoj narra della visita clandestina di Anna al figlio è forse il momento più sublime di tutta la vicenda: cade ogni giudizio morale sulla condotta di Anna e prorompe la forza dei sentimenti materni.

La signora Guerra non è una donna russa dell’800, come mai capiamo che si identifica con Anna? Poco dopo l’episodio del libro, scopriamo qualcosa: “Ha letto davvero tutti questi libri?” chiede Michael, “Oh, no. (…) Sono appartenuti alle persone vissute in questa casa durante l’ultimo secolo. Mio marito è riuscito a far amare i libri a me e farli odiare a mio figlio.” La parola figlio genera un vuoto contrastante con lo spirito ciarliero della signora Guerra. “Dov’è adesso suo figlio?” domanda interessato Michael, “L’ho perso per sempre” risponde lei.

Di che cosa parla “La Famiglia X” di Matteo Grimaldi?

Parla della possibilità di ridurre le distanze tra le persone, del potenziale umano di sanare le lacerazioni, della creatività dei ragazzi e delle ragazze nel caos dell’adolescenza, delle famiglie infelici, la cui infelicità non è un destino, ma una fase da attraversare con coraggio in attesa del miglioramento. Parla anche di una coppia di due uomini che si prendono Michael in affido, ma questo c’è scritto anche sul retro della copertina del libro, e mi sembrava poco interessante scriverlo anche qua.

La famiglia è un’incognita, X, come ci dice Michael, “che non sai quanto vale finché non la risolvi”.

Maria per LuccAut

 

Il primo Pride

Giugno è il mese del Pride, o meglio, dei Pride. E’ il momento in cui si va fuori, si cammina per le strade, tutt* liber* di esprimere se stess*. E’ il momento in cui ci si confronta con l’ “esterno”, che restituisce reazioni ed emozioni diversissime: chi esprime perplessità, chi fastidio, chi paura, chi disgusto oppure incontriamo sorpresa, volti distesi, sorrisi, osservatori, oppure solamente indifferenti. Una parata colorata sembra non fare nessuna differenza, scivola rumorosa sulle spalle alzate di chi rimane ai lati del corteo: <<A me non mi interessa cosa la gente fa, ognuno è libero di fare quello che vuole.>>

“Ognuno ha diritto di vivere come vuol”.

Ma si tratta solo di questo? Siamo nelle strade solo per dire ci siamo anche noi e vogliamo essere accettat* dal resto del mondo?

Siamo lì per dire, sì, ci siamo e chiunque si senta solo adesso sa che non lo è più. Siamo lì e siamo anche noi mondo. Siamo lì, camminiamo anche per svelare che la realtà comprende noi, comprende tutt*, ciascun* con le proprie sfumature, ciascun* con i propr* desideri e speranze. Siamo in piazza con chi non ha mai avuto il coraggio di uscire fuori di casa, mostrarsi, sorridere ed essere se stess*. Siamo in piazza con chiunque senta il peso dell’emarginazione, dei dubbi, delle frustrazioni e della faticosa ricerca di se stess*. Siamo in piazza con chi ha una vita piena, ricca di affetti, di fatica e di serenità, e si scontra ogni giorno col muro della stupidità e della malignità, dei grovigli legali e politici senza fine e senza senso. Siamo in piazza con chi per la prima volta decide di buttare dalle spalle questa ingombrante coperta di confusione e capisce di essere quell* che è, perfett* così.

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“Il mio pride è stato, per me, un’esperienza molto significativa, per il mio cammino di completa accettazione di me stesso…un cammino impervio, difficoltoso a causa dell’essere il mio peggior giudice.

La giornata ad Arezzo ha rappresentato il momento in cui ho vissuto il mio personale Pride; mi sono sentito orgoglioso di me stesso, del mio limitato attivismo per rendere la società più equa e tollerante, nel permettere alle persone di poter vivere rispettando la propria identità e affettività. Reprimere per omologarsi ad uno standard maggioritario, credo che sia la cosa che più ci allontana dal concetto di umanità.

Ho avuto un enorme piacere inoltre nel poter supportare nel mio piccolo, il Pride ad Arezzo, percependo sul campo, l’enorme necessità di organizzare una manifestazione di questo genere, sopratutto in realtà di provincia, dove spesso a causa dell’ignoranza, è più difficile poter vivere con serenità, tranquillità e alla luce del sole la propria “diversità”. Ho utilizzato il termine diversità, perché ancora oggi frequentemente, siamo percepiti dal resto della società come quelli DIVERSI, solo perché abbiamo una differente affettività o identità rispetto al comune sentire, senza però rendersi conto che le aspirazioni, le paure, i sogni, i dubbi, i problemi, insomma tutte quelle variabili che caratterizzano la vita e l’essenza delle persone sono spesso molto più simili di quanto pensiamo.” (Federico)

Il Pride non è uscire alla luce del sole, il Pride è esso stesso la luce, emanata da ciascun* di noi.

Andiamo al Pride per quelle persone che non ci sono ancora andate, che non possono venire, che ancora hanno paura, che si nascondono. Per quelle persone che ci guardano con sospetto, curiosità e talvolta disprezzo. Andiamo al Pride per mostrare loro la nostra fierezza, per mostrare loro che esistiamo, siamo tant*, siamo anche nelle piccole città, che vogliamo rispetto, diritti e giustizia sociale.

Il Pride doveva essere ad Arezzo sì, sì e sì. E’ stato bello, potente, fiero, politico, inclusivo, variegato, consapevole, insomma, evviva. Per i/le compagn* dell’associazione è stata un’esperienza taumaturgica. Il Pride è stato una boccata d’aria, un “viva noi”.

E i grazie non si contano. Perché tra i sentimenti e le emozioni che ti bombardano in quel contesto c’è anche una profonda e multiforme gratitudine. Dire grazie è poco, e il modo di essere grat* più efficace, a mio parere, è continuare ad essere fier* tutti i giorni. Lavorare, lottare, resistere col sorriso.

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Francesca, Federico e Maria per LuccAut

 

Asessualità: relazioni, comunità, normatività

“Non è una cosa naturale”

“È una scelta che non capisco”
“Deve essere per un abuso che hai subito durante l’infanzia”

“È una malattia, ci sono delle medicine per guarire”
(alzi la mano chi, tra le persone LGBT+, non si + mai sentit* dire una di queste cose)

Queste sono soltanto alcune delle frasi che le persone asessuali sentono in seguito alla dichiarazione del proprio orientamento sessuale. Perché sì, l’asessualità è un orientamento sessuale caratterizzato dalla mancanza di attrazione sessuale verso tutti i generi.

Abbiamo mai riflettuto su ciò che includiamo in una relazione amorosa? O su che cosa distingue un’amicizia da una relazione amorosa? Durante la serata di venerdì 28 aprile abbiamo dato svariate risposte a queste domande discutendone in gruppo e ascoltando ciò che ognun* aveva da dire.

Nelle relazioni amorose, tra altre cose, includiamo il sesso e l’attrazione sessuale. Quale contributo alla nostra riflessione sulla natura delle relazioni amorose può dare la comunità asessuale?

A partire dalla differenza tra attrazione romantica e attrazione sessuale, individuando nella prima un’attrazione “emotiva” verso una (o più) persone e nella seconda più un’attrazione “fisica” verso una (o più) persone, alcuni membri del collettivo asessuale Carrodibuoi hanno condotto un approfondimento sulle caratteristiche delle persone asessuali, della comunità asessuale e del loro ruolo all’interno della comunità LGBT+.

È importante tener presente che una persona può essere asessuale e (etero-, omo-, bi/pan- romantica) oppure asessuale e aromantica.

Esistono inoltre delle “varianti” dell’asessualità, ovvero le persone che si definiscono gray, cioè che provano raramente attrazione sessuale, e le persone che si definiscono demisessuali, cioè che provano attrazione sessuale solo dopo aver stabilito un solido rapporto con il/la proprio/a partner, solitamente di natura romantica.

Ma veramente le persone asessuali non fanno sesso?

Ni.

La libido è il desiderio sessuale, che è diverso dall’attrazione sessuale. Gli asessuali possono avere della libido più o meno presente ma essa non è indirizzata a nessuna persona fisica, si concretizza a volte nell’atto masturbatorio ma esso non viene vissuto come un atto sostitutivo a quello sessuale.

Una persona asessuale inoltre può fisicamente eccitarsi e non ha nessun problema fisiologico. Può avere rapporti sessuali e masturbarsi poiché il comportamento sessuale non è definito dall’attrazione sessuale.

Una persona asessuale può decidere di fare sesso perché può essere demisessuale, perché il sesso è comunque un’esperienza fisica piacevole, perché non crea disagio seppur non sia ricercata o, molto più raramente, per venire incontro alle esigenze fisiche del partner.

Ma quante sono le persone asessuali? Secondo uno studio fatto in Gran Bretagna negli anni ‘90, circa l’1% della popolazione mondiale è asessuale. Oggi però si tende a considerare la percentuale di asessuali tra il 3% ed il 5%.

A differenza di quasi tutte le componenti della comunità LGBT+ che hanno iniziato ad esistere e porre delle istanze circa dagli anni ‘50/’60, la comunità asessuale è molto giovane, essa nasce di fatto nel 2001, quando viene fondata AVEN (asexual visibility and education network) negli Stati Uniti. La sezione italiana di AVEN viene fondata nel 2005. Negli ultimi anni, a partire dal 2014, AVEN e la comunità asessuale italiana hanno cercato di sviluppare la comunità sul territorio, autonomamente o tramite associazioni LGBT+. La “prima volta” di un gruppo asessuale ad un Pride italiano, è stata a Milano nel 2014.

A questo punto qualcuno potrebbe domandarsi se e su che base le persone asessuali vengono discriminate, infatti, spesso la comunità asex si è sentita attaccare perché “non ha particolari rivendicazioni, e non viene discriminata”. In realtà la discriminazione è multiforme e multicanale, e questi sono alcuni esempi:

Manca totalmente l’informazione in materia. la poca che c’è è distorta, gli asessuali vengono trattati dai media come “una curiosità” la mancanza di informazione può portare una persona, soprattutto giovane, a sentirsi sbagliata

Identificando quasi esclusivamente l’orientamento con l’attività sessuale, molti asessuali ricevono pressioni da parte di amici / famiglia – gli uomini vengono additati per il loro scarso appetito sessuale. – le donne vengono offese per la loro, comune, scarsa attitudine materna.

Inoltre, pur con dei netti miglioramenti negli ultimi anni, ci sono state delle resistenze (dovute per lo più all’ignoranza in materia) per accettare gli asex all’interno della comunità LGBT*.

Addirittura si sono verificati casi di “stupro correttivo” (va tenuto in conto che, data la scarsa informazione, alcuni casi potrebbero non essere stati classificati come “stupro correttivo” ai danni di asessuali).

Forse non tutt* sanno che l’asessualità viene ancora medicalizzata, nonostante questa sia stata ben distinta dal disturbo sessuale ipoattivo nel DSM V, ci sono casi di medici che hanno prescritto psicofarmaci per “guarire”.

E quindi quali sono le rivendicazioni politiche della comunità asessuale?

1.       La fine della medicalizzazione dell’asessualità maggiore informazione di medici, psicologi e affini.

2.       Una maggiore attenzione nei confronti dei single, vista come una categoria di “privilegiati”, ma, nella realtà, le persone single sono le prime ad essere a rischio povertà. Il 70% degli asessuali è single.

3.       Possibilità di adozioni da parte di persone single

Già risulta abbastanza chiaro da tutto ciò che è già stato detto, tuttavia è opportuno esplicitare che persone asessuali, in maniera diversa ma reale, non rientrano nello schema normativo relazionale/sessuale a cui la nostra cultura fa riferimento. Esiste una normatività relazionale e sessuale di matrice maschilista che non prevede relazioni basate sull’autodeterminazione degli individui e la libertà di ciascun* di gestire il proprio corpo e le proprie relazioni secondo la propria idea di felicità. Le persone asex ci hanno aperto gli occhi su questa realtà (nota ma forse non verbalizzata): gli uomini sono coloro che “devono” fare sesso, pensare costantemente al sesso, sfruttare la prostituzione ed essere i principali clienti dell’industria del porno. Le donne devono essere caste fino verso i 30 anni, poi devono fare figli. Ciò che non rientra in questo schema è ignominioso e deplorevole.

Per rispondere ad eventuali dubbi sul ruolo della comunità asessuale all’interno della comunità LGBT+ a mio avviso è utile fare una distinzione tra obiettivi e mezzi del movimento. Prendiamo ad esempio il matrimonio egualitario: che tipo di istanza è? È il fine ultimo? E poi, quando lo avremo, avremo sconfitto l’omobitransfobia? Saranno spazzati via tutti i ruoli e identità di genere prescrittivi? Avremo superato la fallacia naturale=normale=buono? Ho i miei dubbi. Penso che l’obiettivo e l’istanza prima della comunità LGBT+ sia la liberazione da ogni normatività relazionale, sessuale e di genere che opprime le nostre vite. E questo non include appieno anche le persone asessuali? Il matrimonio egualitario rappresenta un importante passo avanti verso l’obiettivo ultimo, ma non può sostituirsi ad esso, perché rischierebbe di farsi riassorbire dalla normatività imperante semplicemente allargando un po’ il confine tra “normale” e non. Credo che la comunità LGBT+, in quanto comunità che include le identità contrapposte allo schema normativo possa giocare un ruolo chiave in questo processo di liberazione. E a questo sono chiamate anche le persone asessuali.

E per deliziarvi ancora, ulteriori frasi denigratorie dette ad asessuali:

“Ho sentito parlare di voi asessuati”

“Gli asessuali possono anche sposarsi, ma poi vanno a vivere come fratello e sorella”

“Vorrei diventare asessuale anch’io… avrei tanti problemi in meno”

“Pensi di essere migliore degli altri?”
“Ma, almeno ti masturbi?”

“Stai soltanto aspettando la persona giusta”

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Se volete saperne di più sulla comunità asessuale toscana, italiana e internazionale fate una visita al blog carro di buoi!

Vivere felici con HIV: contagioso è l’ottimismo

 

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Presentazione del libro “La rivoluzione del coniglio” di Antonello Dose presso l’Auditorium Le Fornaci a Terranuova Bracciolini

“La rivoluzione del coniglio” è un libro ottimista: uno lo legge ed esce dalla lettura con un sentimento positivo, con un “ce la possiamo fare”. L’incontro che ha aperto la serie di incontri in attesa del Toscana Pride che si terrà il prossimo 27 maggio ad Arezzo è stato d’ ispirazione per tutte le persone che hanno avuto la possibilità di ascoltare le parole di Antonello Dose, speaker di Radio 2 nel programma Il ruggito del coniglio. Antonello è apertamente omosessuale e apertamente sieropositivo, ma non solo; lui è anche un contagioso ottimista. Ottimismo, il suo, che parte dalla consapevolezza di non essere il problema che si ha, parlando della sua omosessualità: “Pensavo che nella mia natura ci fosse qualcosa di sbagliato fino ai 29 anni, era il 1991 e l’OMS tolse l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali”. Ma anche adesso “uno sente l’omofobia intorno e pensa che dichiarare la propria omosessualità possa lasciarti solo. Per questo è necessario lavorare sull’omofobia interiorizzata. Vivere una vita spezzettata non fa bene”. Vivere la propria vita serenamente e capire che non c’è niente di sbagliato in ognun* di noi è la base della felicità “voglio essere un gay felice” dice Antonello, “se abbiamo le leggi ma viviamo male per quello che siamo, le leggi servono a ben poco”

Antonello è una persona limpida e consapevole, racconta di vari episodi del suo passato legati alla malattia, come per esempio la morte del suo compagno e la ferrea volontà di un suo ex di voler trovare la cura per il virus dell’immunodeficienza umana, tanto irremovibile da stabilirsi negli Stati Uniti e raggiungere i vertici della ricerca medica:

“Coraggio! Resisti! La cura è vicina!”, queste le sue parole, che Antonello riporta con vigore e speranza.

Arrivare a parlare della propria sieropositività non è stato, come è facile immaginarsi, un percorso semplice:

“Decisi di dirlo ai miei genitori dopo 23 anni, li avevo tenuti all’oscuro dei fatti per pietà filiale. Ma penso che un genitore abbia nel cuore la forza di affrontare qualsiasi cosa per il figlio. Pensate che 23 anni fa il virus dell’immunodeficienza umana era considerato mortale, la peste del secondo millennio. C’era il terrore che le relazioni umane potessero essere contagiose. Si creava il vuoto intorno alle persone. Con il buddhismo sono riuscito a trovare il coraggio, attraverso la pratica della preghiera e del lavoro. La preghiera mi aiutava ad alzare lo stato vitale e il lavoro ad impiegare le energie. Questo sforzo ha fatto sì che il mio sistema immunitario abbia resistito per anni fino a che non sono arrivate le medicine.”

Antonello parla anche dell’atteggiamento diffuso in Italia riguardo alla prevenzione e della sua decisione a reagire:

“Nel nostro paese non si parla di prevenzione da un sacco di tempo. Coscientemente ho fatto gossip su di me perché c’era bisogno di parlare di questa cosa. Da quando l’ho detto a livello umano sono cambiate alcune cose: mi sento come un bimbo di 5 anni che vede le persone più belle, più appassionate e tanta tenerezza. Ad un certo punto ho capito che era il momento di dirlo. Per il lavoro che faccio sono più fortunato di altri: mi sono sentito una responsabilità.”

Tuttavia la sieropositività continua a trascinarsi dietro i connotati di una punizione divina:

“Si innesta il pensiero che tu te la sia andata a cercare.” Ma la vita è fatta anche di episodi di superficialità che ti portano in situazioni in cui non avresti voluto trovarti. Da giovane ti senti immune, immortale; per questo è importante lavorare tanto sulla prevenzione e su una narrazione adeguata della sieropositività.

Ed è su questo punto che Antonello prova un senso di responsabilità dato anche, come detto prima, dalla natura del suo lavoro: “La responsabilità è un servizio, non è un potere”.

Buddhismo e attivismo gay si intrecciano nella vita di Antonello:

“Ho fondato un gruppo gay nel mondo buddhista, ho visto anche un carro di gay buddhisti al Pride di San Diego.” In questo modo ha pensato di avvicinare persone e favorire la creazione di uno spazio di condivisione e di abbattimento dei pregiudizi, ma non solo: “La mia diversità è diventata un elemento di valore perché ho potuto aiutare i miei amici… Pride? Ma di più!”.

Ma come si può vivere felici con HIV?

“Io posso vivere felice anche con il problema che ho, che non è l’unico. Io entro in relazione con il problema e lo faccio diventare uno scalino per elevarmi e tornare ad avere scopi come dichiarare “sono guarito!” oppure “sono donatore di sangue!””.

#viverefeliciconhiv #larivoluzionedelconiglio

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