Involontaria ribellione

 

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Durante la mia infanzia vigeva rigidamente il principio di autorità.Tre erano le indiscusse e indiscutibili istituzioni: mia madre, la maestra, il prete. La cosa era assai rassicurante e permetteva una vita regolare, serena, fatta di poche, granitiche certezze.Il sabato c’era il catechismo, ogni giorno la scuola, ogni sera mia madre.

La scuola era fatta di un grande giardino, cinque aule, un corridoio, due bagni e la stanza delle bidelle.Una scuola minuscola, di campagna, dove occorrevano grembiuli bianchi per le bimbe, neri per i bimbi e fiocchi azzurri per tutti.

Il mio, di fiocchi, non voleva saperne di stare diritto. E un po’ mi vergognavo, di quel fiocco ribelle, storto e asimmetrico, malfatto, a confronto dei fiocchi perfetti delle bambine che ogni anno crescevano con me nella foto di classe. Il fiocco storto era però la mia sola forma, ancorché involontaria, di ribellione. Amavo la mia maestra e amavo la sua quieta autorità. Ero una bambina ubbidiente.

Con lei fummo tutti mazziniani prima e garibaldini dopo, cantammo il Piave e bella ciao, a seconda della guerra presa in considerazione, imparammo gli affluenti di destra e di sinistra del Po mettendosi di spalle alla sorgente immaginaria posta sulla parete della classe, i nomi delle Alpi e quelli dei capoluoghi di provincia di ogni regione italiana, le tabelline, il pi greco, le frazioni proprie e pure quelle improprie. Avevo un debole per le preposizioni articolate e per l’analisi grammaticale, ognuno ha diritto alle proprie perversioni. Intanto gli anni passavano e la quinta elementare giunse come quando arriva la primavera, che sai che deve arrivare ma un giorno ti svegli e fa molto più caldo del solito.

Successe d’aprile, a due mesi dalla fine della scuola, la fine vera, la fine di un capitolo che non si sarebbe riaperto mai più, quello delle scuole elementari, quello del grembiule bianco, quello del fiocco azzurro. A solo pensarci mi mancava il respiro.

Arrivai a scuola, sentendo alla radio le notizie. Degli aerei americani avevano bombardato la Libia, dove viveva un dittatore accusato di fare azioni terroristiche in Europa. Erano morte, diceva la radio, 60 persone. Io non capivo. Non capivo perché per fermare un terrorista avevano dovuto uccidere altra gente.E così lo chiesi alla maestra. E lei mi disse, sprezzante, che non c’era altro da fare, che quel Gheddafi era un pazzo sanguinario e che avrebbe continuato a farci del male se solo glielo avessero lasciato fare.

“Ma non hanno ucciso Gheddafi”. Risposi col fiato corto, d’istinto, per spaventarmi subito dopo di quell’atto improvviso.

“Non importa, avrà imparato la lezione”.

Io non credevo alle mie orecchie, la mia maestra mi stava dicendo una cosa brutale e io non potevo crederci.

“Signora maestra, hanno ucciso donne e bambini, è stata lei a insegnarci che non si fa, come quando ci raccontava del risorgimento…”

Dalla mia bocca uscivano parole che mai avrei immaginato di pronunciare. Contraddire la maestra, la Signora Maestra, la maestra dagli occhi verdi e dalla piega perfetta che la faceva assomigliare incredibilmente alla signora sulla scatola del dado Star, la maestra dalla lavagna a quadretti e dal compasso di legno, dal filo di perle e dalle unghie perfette, la cattedra in ordine, la coccoina sempre fresca e i vestiti eleganti.

Lei.

Contraddire lei.

Peggio.

Veder crollare, dentro il mio cuore, l’immagine di una donna perfetta, depositaria del mio sapere e di quello dei compagni, incorrotta, incorruttibile, buona, giusta, saggia. Fu questo il dolore più grande. Fu questo che mi diede il coraggio di continuare.

“Signora maestra, non avrebbero dovuto farlo, hanno ucciso persone innocenti, esattamente come fanno i terroristi che dicono di combattere, per me non c’è differenza”.

Gli occhi mi si riempirono di lacrime, ma decisi di rimandarle dentro una per volta, per non farmi vedere piangere, ero già abbastanza sola, in quella classe. La maestra mi guardò, in qualche modo capì, andò alla lavagna e disegnò un pentagono e la sua apotema, la lezione di matematica stava per cominciare.

 

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