I fiori chiusi

14543_std
Karl Blossfeldt, Urformen der Kunst – Forme originarie dell’ Arte

Già conosci quella sensazione. Non ti è affatto nuova, la percezione di cosa non saprei, di animale da branco che attende il ferro da marchiatura.

Hai ventun’anni e neppure un paio di slip. In momenti del genere vorresti chiamarti Ifigenìa. Sì, se qualcuno gridasse, in certi istanti, quel nome, tu potresti voltarti e corrergli incontro, in lacrime: sei una perfetta vittima sacrificale, ora.

Lui si distende su di te, sul divano di sua nonna, ansando. La casa è vuota, i testi universitari ancora in soggiorno. Studiare ti piace, perché non sei là a studiare?

Le mani sulle spalle – aspetta -pigoli – un asciugamano, se sanguinassi…

Si allontana. Tu respiri. Torna. Tu muori. Hai l’anima affacciata alla pelle, come una donna fa con le veneziane, adocchiando la strada notturna, quando arrivano i mostri. Una sola carezza, se calibrata male, ti può ammazzare.

E poi è veloce, l’asciugamano sotto il corpo, tu che non guardi, non riesci a guardare. E’ una rondine, che grida là fuori? Il dolore è crescente, ti scoppia lo stomaco. Ma perché mi vuoi torturare? Cristo santo, perché?! Hai le facce dei tuoi morti, le facce dei tuoi eroi, che ti attraversano lo sguardo. Hai una preghiera, hai una supplica per ognuno di loro. Salvami. Tu, salvami. Salvami.

E d’un tratto, qualcosa ti dà fuoco. Mani, spalle.

Lo hai spinto via, urlando. Il panno è limpido, non vi sono tracce. Te ne vai a piangere in giardino.

E’ l’accoglienza, quella ti manca. Non a caso, figli non ne vuoi. Parla la giovane sessuologa, coi capelli curati e gli occhi da cabarettista. Lo studio profuma di donna, i fazzoletti a disposizione.

Una donna che non si abbandona è una donna infelice. Sbatte le ciglia taglienti, passandoti la carta da pianto. Sembra così felice. Basta che lui mi guardi. Che mi guardi, e sono sua. Per te non è così?

Sembrava tanto semplice, mesi addietro. Sarebbe bastato introdurre un dito, non importa se mignolo, se indice o medio. Un solo dito. “Rieducazione tattile”, se non vai errata. E’ la tua testa, mia cara, è soltanto la tua testa. Infila quel dito. Non è vero che fa male.

E l’hai fatto, e l’hai fatto. Ci puoi spergiurare. Ti risponde, quanta pietà, che tu non lo ami.

Merita una vera relazione. Se non ti curi il cervello, rimarrai sola.

Vai da lui, riferisci, piangi un’altra volta. Piangere è da bambine.

– Con te non riesco a stare. Troppo oscura, immatura.

– E’ il vaginismo, vero?

– No.

– Sì, invece.

Ti lascia. Perdi cinque kili, perdi un esame. La vita riparte, più piana.

Terapia strategica rapida. La dottoressa stavolta è più anziana, bionda. Non ti piace il suo modo di truccarsi, che sa di disegno infantile. La città è buia, è un campo di lucciole sonore. Te ne vai nell’agosto estenuato, un vestito nero di viscosa. Ti domanda un uomo se stai bene, con fare paterno, con fare impietosito. Grazie, tutto bene. Brava, sorridi. Sei ancora graziosa, quando sorridi.

Non era giovane, né bello, ma un abbraccio, chissà, l’avrebbe dato anche bene. Avresti potuto darti a lui. Ai suoi amici avrebbe parlato, magari, di una fanciulla in nero, così giovane da vergognarsene, presa, goduta e perduta. Ma non hai fiori per lui. Non ne hai per nessuno.

Non hai che un asfodelo chiuso.

Giorno dopo giorno, in te qualcosa si affina. Più fredda, più annichilita, giochi alla mascheraia. Il mondo che hai davanti riflette gli incanti di quella favola di Andersen, con tutti i doni, con la tavola imbandita che non si può gustare. Sei una ricca, grande fiammiferaia.

La ginecologa si avvicina col tampone. Quando ti sviscera, tu urli, e poi le chiedi scusa, piangendo.

– Giuro che non sono io. E neanche lei. Fa malissimo.

– Ha mai preso in considerazione il rapporto anale? Ha un compagno?

– Sì, di nuovo.

– Non gli si affezioni.

E perdi un anno. E perdi cinque kili.

Psichiatria. Stavolta è bruna, ha i capelli mossi. Prescrive psicofarmaci che annebbiano le tue giornate di studio. Litighi con tua madre, con tuo padre, con tutti. Fin da subito impari, apprendi che certe cose bisogna sciegliere a chi raccontarle. Tutti sono buoni, tutti sono pietosi. E un Leone mal tollera l’altrui pietà.

– Dev’essere orribile, come fai senza il sesso?

– Beh, magari sei asessuata, no?

– Il tuo ragazzo è molto buono, ti ama.

– Ma non gli fai i … ?

Quando il ciclo smette di arrivarti, ti spaventi. Poi ti calmi, a poco a poco. Dopotutto, a che mai ti servirà? Non ti sei mai vista così bella, civettare ti piace. Non è necessario essere donna, è il personaggio a contare.

Molli i farmaci, torni a cercare. Stavolta è un uomo, ferreamente freudiano. Ha gli occhi dolci di un ipnotista, ma la sua parola è viperina.

Frigida. E isterica.

Distesa sul letto di pelle, gli racconti dei tuoi sogni. Siede alle tue spalle, bisbiglia, a volte se la ride di te.Ti fa arrabbiare, arrabbiare da morire. Talvolta sei sicura di odiarlo. Ma il tuo fottuto ascendente è Bilancia e una Bilancia morirebbe di bile, piuttosto che scoppiare.

Bilancia. Quella vera, adesso, segna quarantacinque.

Non è possibile, pensi, le altre sì ed io no. Le altre sì. Ed io no. Cosa sono, perdiana, che ho subito? Tolleri ancor meno le commedie romantiche da venerdì sera. Quando parlano di sesso, tu ti allontani e mal sopporti le pubblicità dei tampax. Non parlate d’api ai fiori chiusi.

Ti fai Firenze a piedi, fino al suo studio. La ginecologa ti domanda se tieni un diario. E’ il segnale: ha gettato la spugna anche lei.

Torrida estate, ti vesti di colori. Ami la birra, ma ti martirizzi con la dieta. Il sole indiscreto cola a picco tra le tue serrande, investendoti le costole sporgenti. E’ ora di prendere un tè.

Lei, amica tua, ha i capelli corti.

– Non sei tu, è fisico, dice. E poi: – Fidati. Conosco gente che l’ha avuta.

Quando lui ci prova, in camera sua, tu distogli la faccia, la distogli e la deformi. Sopporti per lui, che è il tuo uomo, sopporti le viscere arroventate e le ginocchia in paralisi. Bruci. Buffo, hai sempre adorato la salamandra dei maghi. Se tu lo fossi, non temeresti il fuoco. No, non lo faresti.

Si cambia regime, basta bicicletta. Certe cose, ti dicono, fanno male alle tue condizioni. Getti tutti i tuoi jeans e i pantaloni attillati. Soltanto gonne, o modelli all’orientale. Sei una morta vestita da farfalla. E’ il tuo funerale, e tu sei Arlecchino.

Devi perdere l’abitudine di accavallare le gambe, ma questo è difficile. Ignori l’obbligo degli slip bianchi, tu che li hai sempre portati neri. Non sei mai abbastanza snella per permetterti il bianco.

Cammini in questa selva di donne, selva di uomini che si mescolano, che vibrano e copulano. Cammini tra di loro, senza più paura. Sei ormai la spettatrice della vita, che guarda, che registra. Piangi quando nessuno vede, svestendoti dei colori. Non sei una donna e la tua vita è sospesa.

E poi settembre. Tu e lei, lei coi capelli corti, tu e lei sul treno.

– Lui è il solo. Non c’è nessun altro, per questo problema.

Da qui a Milano, sono cinque ore. Contempli il finestrino.

Pensi.

Eppure, qualcosa di bello l’hai avuto. Più che stopparsi, la vita ha chiuso gli occhi. Nella tua cecità, hai assaporato qualcosa.

Certe cose, certi uomini non li dimenticherai. Ricorderai il mulatto lungo il canale e il suo indiscreto, sonnolento “ciao, bella”; ricorderai certe notti alcoliche, le tue battute che intrattenevano uomini. Al crepare languido del sole, non hai dimenticato il ginnasta sul baluardo, tutto giovane e pompato, che giocava a fare l’uomo. E ricordi le strade di Firenze, tu e loro, urlanti per il Pride. Tu, che non conosci sesso, hai voluto che altri potessero esprimere il proprio.

Dalle prigioni, lo sguardo impara a spaziare lontano, fin dove puo’. E ti sei fatta più avida, più curiosa. Non hai dimenticato l’ateo gentile che accarezzando l’aura della candela, ti ha raccontato di essersi letto la Bibbia intera. Hai nitido nella memoria quell’asso della tastiera, che ti puntava con lo sguardo allucinato, scarmigliato, attraente. Ricordi tutto, anche l’amica che ti piaceva, quella mascolina, sul cui grembo poggiavi spesso il capo. Che una volta, lo sai ancora bene, ti ha chiamata regina.

Forse è tuo compito non sapere di certe cose. Forse sei qui per questo, per guardare e basta. Guardare diversamente, come guarda un cieco. Tiresia, forse?

Ma una cosa, una cosa ha dissipato le nebbie.

Quella volta, ricorderai quella volta, quando a Vorno ti hanno portata là, dove c’era l’arte; ecco, i quattro artisti ti giravano attorno, due uomini, due donne. Ti dovevano amare, ti dovevano sedurre, non te lo sei scordata. Ma quanto è bizzarra l’arte contemporanea! Hai toccato mani, penetrato sguardi. E mentre quello – volto tenero, chiaro di un principe di Balletto –  ti sfiorava la gola; mentre lei – impudente e snella, come la Fata Viviana – ti abbracciava e tu stavi là ferma, là disponibile perché “è tutta finzione, tanto, una semplice performance”; allora e soltanto allora, tu sei stata come tutti gli altri.

Come tutti gli altri.

Milano.

Vulvodinia.

Di volto rotondo, di labbra piene e sguardo intristito, lui ti ha fatta sedere. Ha ripetuto la visita, sull’umiliante sedile ginecologico. Parlava dolcemente, chiedendoti di perdonarlo.

“Dolore”, leggi sul web, “senso di bruciatura, fastidio. Interferisce con la qualità della vita.”

E ancora: “Non è presente alcuna lesione fisica riconoscibile”.

Tu guardi il dottore, lo guardi sfinita. Due anni son trascorsi così.

– Non è dunque nella mia testa?

– No, Sharon, non è la tua testa. E’ il corpo. Ti prometto che ne usciremo.

E ne usciremo, prima o poi ne usciremo. La cura è lunga, estenuante. Alle volte si vorrebbe gettar via tutto, bustine pastiglie gocce; prendere la giacca, uscire; andare da lui, o magari da un altro, o da un’altra, perché no? Gettarglisi addosso e conoscere, anche se il dolore sarebbe insopportabile. Ma a tutta quell’angoscia, a tutto il male provato ci dev’essere uno scopo. Non è possibile soffrire invano, vien da pensare, anche da atea, agnostica, quel che si vuol essere.

Avevo una volta, una professoressa burbera. Si congedò da me con le seguenti parole:

A te manca un’armatura. Temo per quando conoscerai la vita.

Ed è arrivata, la vita. E l’armatura con lei, pezzo per pezzo, sottratto ai cadaveri degli abbattuti.

Due anni e svariati mesi, tutto per dire questo:

Sono qui. Ho ventitrè anni e sono impotente.

Sono qui e non è tutto nella mia testa.

Sono qui e mi opporrò a chiunque mi verrà a dire che non sono una donna come tutte le altre.

Sono qui. E guarirò.

Sì.

Eburnea

 

 

 

 

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: