Diventare madre

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“Le tre età” Gustav Klimt, 1905 – particolare

Sette anni fa ho avuto mio figlio: sette anni incredibili, in cui la mia vita si è rovesciata come un calzino. Ho voluto il mio bimbo con tutta me stessa, l’ho cercato, è arrivato praticamente subito e so che è una fortuna, desiderare con tutte le forze di diventare mamma e vedere avverato quel desiderio senza problemi. È nato senza complicazioni e anche questo non è scontato. È nato sano e questa è la cosa meno scontata di tutte. Se ci aggiungete che a due settimane dormiva sei ore a notte e a un mese e mezzo addirittura otto ore di fila e che ho avuto un allattamento tranquillo che lo faceva crescere al ritmo di mezzo chilo a settimana, non potrete che essere d’accordo con me: sono stata molto fortunata.

Però la mia vita è cambiata, radicalmente. Ed è difficile, ora che lo vedo entrare a scuola, darmi un bacetto al volo e scappare dai suoi amici senza voltarsi indietro, non ripensare a quei primi mesi di simbiosi.

Su cui c’è una narrazione romantica, fatta di sedie a dondolo e lini chiari, di amore “naturale” e  di “saprai cosa fare” che tracciano scenari sì meravigliosi, ma purtroppo vagamente stereotipati, per non dire fantasiosi a tratti.

Il mio coming out l’ho fatto una sera, ad una cena, dove ero stata invitata quando Tommaso aveva forse otto mesi. Stavo appena riprendendo il controllo del mio corpo dopo la fine dell’allattamento, la mia vita stava tornando su binari familiari perché avevo avuto la fortuna di trovare un lavoro part time, il pupo aveva un posto al nido. Non vedevo l’ora di socializzare e invece, appena arrivata, mi ero ritrovata accerchiata da gentilissimi commensali leggermente ottusi che invece di permettermi di discutere di libri, cinema, politica o moda come morivo dalla voglia di fare, mi avevano soffocata di interrogativi su poppate, dentini, curve della crescita. Delusa e ormai esasperata, all’ennesima domanda benintenzionata, il sempreverde “come è stato diventare mamma?”, ero sbottata: “Oh, è stato come avere per una settimana un estraneo in casa che non mi faceva dormire”.

Avevo gelato l’atmosfera con una sola battuta, eppure come era stato vero per me. Perché quando nasce un figlio, alla fine, hai tra le braccia una persona nuova, piccola e dipendente, un concentrato di necessità che non conosci ma che ti ritrovi in casa, una persona che non sa parlare e di cui devi essere in grado di interpretare ogni strillo, sospiro, colpo di tosse. E questo, soprattutto se ti succede per la prima volta, può essere davvero spaventoso.

Quando nasce un figlio, sostanzialmente, sei stanca morta. Stanca per i mesi di gravidanza, che possono anche essere stati bellissimi e soddisfacenti, ma hanno messo a dura prova il tuo corpo. Sei stanca perché spesso quel tuo stesso corpo è stato tagliuzzato in zone che è meglio non pensarci e ti fa male tutto ogni volta che ti muovi. Sei stanca perché i ritmi cambiano completamente e spesso sono totalmente controtempo rispetto ai tuoi bisogni di sonno e cibo. Se allatti poi, sei stanca anche perché sei poppate in una giornata, dice la mia amica Teresa, “sono come il turno di un operaio in Piaggio”. Se hai scelto il latte artificiale invece sei stanca per via della preparazione, della sterilizzazione, dei misurini, dell’acqua che deve essere quella giusta, degli orari, dello scaldabiberon e dal fatto che ti porti dietro tutta questa roba, insieme alla borsa del cambio, ovunque tu vada.

Poi ci sono i berrettini. E le copertine, le scarpine, le tutine, le pappine. È tutto –ino. Anche il passeggino e la carrozzina. Ma il pupo, almeno il mio, capita che sia tutto meno che –ino e a quattro mesi magari ha già due denti e pesa otto chili e allora arrivano i tipi geniali che ti chiedono “ma non parla ancora? Ma cammina?”. Da questo si passa poi direttamente ai consigli non richiesti. Ricette infallibili che ti vengono propinate ovunque, anche al bar, e ti fanno sentire peggio della matrigna di Biancaneve.

È un esercizio fisico intenso, la maternità. È una roba di muscoli e strategie, oltre che di amore travolgente: bisogna gettare il cuore oltre l’ostacolo e anche saper chiedere aiuto. Perché a volte, è talmente totalizzante da farti uscire di testa. Perché tu, tu sola, non esisti più: esiste tuo figlio, piccolo, indifeso e tanto carino da calamitare l’attenzione di tutti e chissenefrega se invece di una folla di gente che si affaccia sulla culla tu avresti bisogno di una governante a tempo pieno. Io ho evitato il babyblues essenzialmente grazie a mia mamma, che ad un certo punto ha capito, ha cominciato a venire ad aiutarmi quasi tutti i giorni e mi ha buttata fuori casa tenendosi il pupo e il latte da scaldare al momento giusto. E grazie a Teresa, che mi ha spiegato che dovevo levarmi dalla testa l’immagine della mamma perfetta.

Ora, dopo sette anni, mi manca ancora il cinema a ritmi serrati, mi fa fatica ritagliare a stento tempo per me, è stata dura tornare in forma e a volte mi viene la tentazione di vendere il mio figliolo al migliore offerente. Quando dico queste cose molte persone mi guardano scandalizzate. Però quello che so di sicuro è che ogni mamma ha il suo modo. Il mio, ad esempio, è che non mi realizzo completamente nella maternità. Altre donne invece rifioriscono quando possono dedicarsi ai figli a tempo pieno. Siamo diverse, è bello così.

In comune credo che abbiamo la consapevolezza di un amore così grande, che sorprende nella carezza improvvisa di una manotta sudicia o nel profumo che sale da una piccola testa addormentata sulla tua pancia. Che arriva a ondate improvvise quando sei nel bel mezzo di cose totalmente diverse e ti scalda e ti dà un’energia e una forza che mai avresti lontanamente immaginato di avere.

Un amore così grande che quando ti investe ti rovescia la vita. Inesorabilmente. E non puoi più farne a meno.

1 commento su “Diventare madre”

  1. Un dipinto meraviglioso, particolareggiato con pennellate cariche di colore. Vi ritrovo la mia storia, la stanchezza nel vivere lo stereotipo della maternità. È una bellissima fatica ma è una fatica, ed è richiesto di far spazio ad un’altra Persona per sempre nella propria vita.

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