L’orgoglio a teatro. Incontro con Luca Zingaretti

Lo abbiamo scoperto e apprezzato grazie alla sua interpretazione nella serie televisiva “Il Commissario Montalbano” tratta dai gialli dello scrittore siciliano Andrea Camilleri. E’ forse tra gli attori più conosciuti e amati dal pubblico italiano. Forse non lo conosciamo invece troppo bene come attore di teatro, ma sembra che questa lacuna potrà essere colmata molto presto. Abbiamo incontrato Luca Zingaretti al teatro del Giglio, dove lo scorso fine settimana è stato messo in scena “The Pride”, lo spettacolo in cui lo vediamo regista e interprete di un personaggio calato in una storia che affronta sì il tema dell’omosessualità, ma vuole soprattutto suscitare negli spettatori/trici* delle domande profonde sulla loro identità e percorso di vita.14962233_1252303514793066_2042950762_n Il testo messo in scena da Zingaretti è frutto di un adattamento dell’opera originale di Alexi Kaye Campbell e si compone di due storie, apparentemente lontane tra loro. Londra 1958. E’ una serata speciale. Sylvia, ex attrice reduce da un esaurimento nervoso, sta lavorando alle illustrazioni del libro di Oliver, uno scrittore per ragazzi. Non vede l’ora di presentarlo al marito Philip e quella sera, finalmente, usciranno a cena insieme.  Londra 2015. E’ una serata da incubo. Oliver, un giornalista gay, ha appena rotto con Philip, un fotoreporter con il quale ha avuto una storia di due anni. Sylvia, amica di entrambi, cercherà di indagare i motivi per cui Oliver sta cercando di sabotare una relazione importante come quella che ha con Philip. Le due storie, interpretate dagli stessi attori, procedono a scene alterne. A prima vista, sembrano non avere nulla in comune, a parte i nomi dei personaggi. Via, via che ci si inoltra nelle due vicende, si scoprono echi, rimandi, problematiche che invece hanno molto in comune.

Nella sala gremita del teatro del Giglio, Zingaretti ci presenta la compagnia di attori che lo accompagnano in questo tour (Valeria Milillo, Maurizio Lombardi, Alex Cendron)  e ci spiega le ragioni che lo hanno spinto a portare nei teatri italiani una storia del genere, entusiasta dell’accoglienza fin’ora avuta dal pubblico. La sua è stata una scelta contestata da più parti, ci dice. All’inizio del progetto i suoi più stretti collaboratori e amici gli hanno sconsigliato di accollarsi una simile regia “proprio nel mezzo delle polemiche suscitate dal dibattito in parlamento sul decreto Cirinnà”. Anche dal punto di vista professionale la scelta di affrontare un testo come “The Pride” non era affatto scontata.

“Probabilmente come attore non avrei scelto un ruolo del genere. Di solito un professionista tende a voler misurarsi con ruoli più importanti, come un Amleto o un Enrico IV, in modo da poter dare sfogo al suo ego e soddisfare la propria vanità … Invece, trovo che sia importante, in questo momento, che un personaggio con la mia visibilità metta al centro del dibattito una storia di questo tipo. Per questo ho deciso di accettare la sfida, nonostante tutti me lo sconsigliassero, soprattutto i miei amici gay… Ovviamente, più loro mi dicevano di lasciar perdere, più mi veniva voglia di farlo e, a quanto pare, sta funzionando: è un testo molto amato dal pubblico, nonostante il linguaggio a volte scurrile e la tematica spinosa.

In effetti, l’intento principale di “The Pride” – già rappresentato a Roma e a Firenze, dove è stato accolto con entusiasmo dal pubblico– ci spiega Zingaretti è proprio quello, parlando di omosessualità  (ma non solo) di suscitare domande profonde negli spettatori/trici*.

A Lucca è la prima volta che il teatro del Giglio  ospita una spettacolo che mette in scena un testo di un drammaturgo contemporaneo, (l’opera originale è del 2008) con tematiche che riguardano il nostro presente. Non è invece la prima volta che Zingaretti si misura col tema dell’omosessualità nel teatro italiano. In passato, è stato protagonista nella messa in scena di “Bent”, opera del drammaturgo Martin Sherman, (ebreo e gay dichiarato) il cui testo esplora le persecuzioni degli omosessuali durante lo sterminio di ebrei perpetrato dal regime nazista.

“Nel 1986 interpretavo col ruolo di protagonista per la prima volta un personaggio omosessuale in un campo di concentramento nazista. Era un teatro di nicchia, ciononostante la gente si alzava indignata e schifata. Stavolta abbiamo voluto portare questo testo a un pubblico più ampio, “borghese”, col positivo e negativo che questo termine può designare. Molti me l’hanno sconsigliato dicendomi che mi sarei messo soltanto in un ginepraio. Però, se fossi riuscito a sdoganare un testo del genere, sarebbe stato tutto più facile. Non mi sono arreso, e così è stato! L’impatto è stato grandioso. Anche il linguaggio del testo non ha creato grossi problemi. Le due storie sono ambientate in epoche diverse, di conseguenza anche il linguaggio è differente: una coppia che vive negli anni Cinquanta ha un modo di esprimersi più elegante, forbito, dove il non-detto ha un grosso peso. Il linguaggio del 2015 (il nostro) è più diretto e forse anche più scurrile, proprio perché anche le relazioni che viviamo oggi hanno un grado di conoscenza intima dell’altro/a* più profondo. C’è sempre qualcuno che non lo gradisce e storce il naso, ma è normale. In generale abbiamo visto che il pubblico si diverte e anche le platee più rigide alla fine stano al gioco e accettano il testo”.

Questo anche perché il suo adattamento di”The Pride”, ci spiega Zingaretti, non ha una funzione “militante”, né vuole essere un’apologia dell’omosessualità:

“Questo testo straordinario parla d’amore e vuole porre delle domande precise: a che punto sei con te stesso e con la tua vita? Ne sei padrone o ti sei lasciato andare? In un’epoca in cui siamo circondati da guerre e siamo messi in allarme da qualsiasi cosa succeda attraverso Internet, abbiamo pensato che l’amore, l’identità e la percezione di sé potevano essere temi d’interesse per il pubblico.”

Amore, identità, percezione di sé e della propria vita. Sono questi i temi su cui lo spettatore/trice* di “The Pride” è chiamato/a* a riflettere. Uno scopo che ci rimanda a un teatro che svolge una funzione sociale e politica, quel tipo di teatro che in Italia è raro che accada, almeno per ora.

“Il progresso è frenato dalle àncore della stupidità e della paura della libertà. E l’arte impaurisce proprio perché parla di libertà. In teatro si riflette. C’è un pubblico, fatto di persone che quella sera scelgono impiegare il proprio tempo per vedere il tuo spettacolo. La nostra funzione, perciò, è divertire e interessare! Nel nostro teatro ci sono troppi anni di testi incomprensibili ed elucubranti. La cultura deve invece far passare un messaggio chiaro e far divertire, lasciare qualcosa: lasciare che quelle persone maturino una riflessione sul proprio vissuto.  Per noi è una questione di onestà intellettuale: riteniamo di assolvere il nostro compito pienamente quando riusciamo a trasmettere un messaggio. Con “The Pride” abbiamo la sensazione che ci stiamo riuscendo.”14962915_1252303701459714_901037088_n E forse l’atteggiamento giusto è proprio questo, in realtà. Forse abbiamo da lungo tempo superato l’epoca in cui bisognava essere militanti per poter affermare la propria identità e visibilità. Oggi la sfida in Italia è quella di far accettare ogni tipo di amore come legittimo e meritevole di essere vissuto senza drammi da parte di nessuno/a*.Forse, tuttavia, è proprio la comunicazione di un messaggio limpido e diretto come questo a servire. E in certo senso, è ancora militanza, se intendiamo la militanza in un’accezione ampia e vi includiamo la semplice proclamazione e accettazione di una realtà. Zingaretti manifesta proprio questo atteggiamento: “Vi presento uno spettacolo. Ci sono personaggi omosessuali, a parte questo, vi voglio interrogare sulla vostra vita”. Così facendo, instaura una comunicazione autentica con un pubblico stavolta davvero pronto a esplorare la complessità umana, in fin dei conti, la propria. E’ in realtà di estrema importanza che il teatro accolga simili tematiche, proprio perché è più che mai fondamentale che continuiamo a esplorare noi stessi e a liberarci delle “zavorre” che ci appesantiscono, che ci instupidiscono e, soprattutto, ci impediscono di vivere in consapevolezza.

Francesca- LuccAut

 

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