Transizione e binarismo in Italia: la storia di Ethan Ricci

IMG-20170306-WA0011

Da qualche tempo come associazione ci stiamo occupando di approfondire tematiche e questioni legate al genere, alle identità transessuali e non binarie. Abbiamo invitato in una serie di workshops e incontri con la cittadinanza nella nostra sede al Cantiere Giovani persone che ogni giorno, con la propria soggettività, affrontano le contraddizioni e le imposizioni di una società basata su un rigido binarismo uomo-donna: quel costrutto culturale secondo cui sesso biologico, comportamenti individuali, i corpi, le identità di genere e l’orientamento sessuale vanno a posizionarsi esclusivamente su due poli opposti, “uomo” e “donna”, termini che nella nostra società delineano due categorie opposte e asimmetriche.
In questo periodo, è fondamentale parlare, cercare testimonianze, capire e fare chiarezza. Nel corso di un incontro aperto al pubblico nella nostra sede al Cantiere Giovani, abbiamo avuto ospite Ethan Ricci. E’ stato un incontro molto ricco e intenso, nel corso del quale abbiamo potuto conoscere direttamente l’esperienza di una persona trans FtM (female to male, da donna a uomo) e approfondire le problematiche legate al suo percorso, che sono complesse e molteplici. Vediamo perché.

Transizione in Italia: il Protocollo ONIG e il protocollo WPATH

In Italia, per poter affrontare un percorso di transizione, specie se orientato alla RCS (Riconversione Chirurgica di Sesso e alla rettifica dei dati anagrafici), si è obbligati a seguire un iter legale e medico/chirurgico preciso. In genere, l’iter medico è stabilito dal protocollo elaborato dall’Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere (ONIG). Esiste anche un protocollo internazionale elaborato dalla World Professional Association for Transgender Health (WPATH), che lascia molto più spazio alla libera scelta dei pazienti svincolandoli dall’obbligo di sottoporsi a lunghi, arbitrari e spesso non necessari periodi di psicoterapia, ma raramente lo si trova applicato.

Il protocollo WPATH dichiara (capitolo 6, “Psicoterapia con adulti”):

“La psicoterapia non è un requisito assoluto per la terapia triadica. Non tutti i pazienti adulti richiedono la psicoterapia per accedere alla terapia ormonale, l’esperienza del test di vita reale, ormoni o chirurgia. Il sentire di avere bisogno di psicoterapia varia a seconda dei programmi individuali. Qualora la diagnosi di uno psichiatra raccomandi un percorso psicoterapeutico, lo stesso deve specificare lo scopo del trattamento richiesto e una stima della sua frequenza e durata. Non è richiesto un numero minimo di sedute di psicoterapia per accedere alla terapia ormonale, l’esperienza del test di vita reale o la chirurgia, per tre ragioni:

1) i pazienti variano enormemente nella capacità di ottenere uno stesso scopo in uno specifico tempo;

2) richiedere un numero minimo di sedute tende a costruire un hurdle, che scoraggia la genuina opportunità per una crescita personale;

3) lo psichiatra può da solo essere un importante supporto per il paziente durante tutte le fasi della transizione di genere. Caso per caso, lo psichiatra valuta l’eventualità della necessità di un numero minimo di sessioni o mesi di psicoterapia”.

Approccio totalmente differente da quanto prevede il protocollo ONIG che al punto 3, “Iter di Adeguamento”, afferma:

“In considerazione di alcuni effetti irreversibili e delle implicazioni psicologiche legate all’assunzione di ormoni, l’inizio della terapia ormonale prevede che il cliente abbia instaurato e portato avanti, secondo modalità concordate, una relazione psicoterapeutica di almeno sei mesi. La somministrazione ormonale deve essere subordinata alla valutazione degli specialisti, sentito il parere dello psicologo o psicoterapeuta che ha in carico il cliente”.

Un rapporto commerciale, quindi, dove detta le regole chi riceve il denaro in cambio di un servizio che “il cliente” non può rifiutare. Il banco vince sempre, vince tutto.

La differenza sostanziale fra i due protocolli è che mentre quello italiano preclude in assoluto la possibilità di accedere alla terapia ormonale prima di un periodo minimo di sei mesi di psicoterapia, quello internazionale (mondiale) prevede che la psicoterapia non sia obbligatoria, ma eventualmente consigliata da uno psichiatra in casi specifici e particolari e senza un periodo minimo di durata della stessa.

I protocolli WPATH, più dei protocolli ONIG, si attengono alle indicazioni del DSM IV e dell’ICD 10, nei quali, per la diagnosi (e quindi l’inizio della terapia ormonale) è essenziale escludere la presenza di altre gravi patologie psichiatriche (che comunque i protocolli WPATH non considerano una controindicazione assoluta).

In pratica, i protocolli Onig attribuiscono allo psicoterapeuta il potere di decidere arbitrariamente e unilateralmente per quanto tempo bloccare “il cliente” nel proprio studio o in quello del consultorio accreditato, più o meno convenzionato con le Regioni e le strutture sanitarie.

La storia di Ethan (Cinzia) Ricci

Ethan ha 53 anni e vive a Lucca. E’ impegnato da sempre nel mondo della cultura e dell’associazionismo cittadino. Prima si chiamava Cinzia. Nei primi giorni di aprile si sottoporrà ad un intervento chirurgico all’ospedale Careggi di Firenze.

E’ solo da pochi anni che Ethan ha maturato dentro di sé la consapevolezza della necessità di cambiare sesso, prendendo di petto la sua disforia. Non è stato affatto semplice, ci spiega: <<Ho avuto timore che non mi fosse più possibile cominciare la transizione  per via dell’età, ma per fortuna non è così, non c’è un limite: ho scoperto che ci sono persone che iniziano a 70 anni!>> e scherza: <<Sono un ventenne!>>. Una volta rassicurato su questo aspetto, ha iniziato il suo cammino, che, come ci spiega, si è rivelato un vero e proprio calvario. Ethan, come ogni persona che percepisce una disforia di genere, si è sottoposto al protocollo ONIG e in base a questo ha dovuto trascorrere un periodo di minimo sei mesi di percorso psicologico-psicoterapeutico, al termine del quale il suo rapporto è stato valutato da un psichiatra, il solo autorizzato ad attestare la sua sanità mentale e verificare che la sua scelta fosse consapevole. Solo dopo la valutazione positiva dello psichiatra Ethan si è potuto rivolgere all’endocrinologo e iniziare con la terapia ormonale.

<<I farmaci (ormoni) sono forniti dal SSN, gratis o pagando il Ticket, ma solo in Toscana ed Emilia, altrove i farmaci sono interamente a carico dei pazienti con costi considerevoli (una fiala di Nebid, copertura tre mesi, costa circa 167 euro). La terapia ormonale, che permette di cambiare i tratti somatici, dovrà essere proseguita per tutta la vita. Contemporaneamente, continuano gli incontri periodici dallo psichiatra>>

IMG-20170331-WA0003

La transizione non si esaurisce soltanto alla medicina. Una volta intrapreso questo percorso si apre anche la parabola giudiziaria, che può concludersi anche dopo anni. Prima dell’operazione, si riunisce un collegio giudicante formato da tre membri che decideranno di permettere o meno al/alla dirett* interessat* di compiere l’operazione chirurgica. Si tratta dunque di una decisione completamente arbitraria di tre persone che sono completamente estranee dalla vita e dal percorso del soggetto interessato. Ethan, infatti, non ha mai incontrato i suoi giudici.

<<Allora, per quale motivo in Italia si applica il protocollo ONIG seppur, in tutta evidenza, non faciliti la vita alle persone transgender? Perché il Movimento LGBTQI*, specie nella componente T (Trans), non ha combattuto per liberarsene? Chiediamoci per chi e quanto la “disforia di genere” è un business e avremo tutte le risposte>>

Binarismo e transessualità

Quello di Ethan è un percorso assai complesso. Per tanto tempo ha vissuto come Cinzia e sente di essere sempre lo stesso, “una testa che cammina”.

<< Non penso di essere un uomo. La mia è una disforia strana, sono fuori da tutti gli stereotipi sessisti. Non mi sento né un uomo, né una donna: ma non lo posso dire, perché non capirebbe nessuno. Allora dico: mi sento un po’ uomo e un po’ donna, ed allora mi capiscono.>>

Nella transizione Ethan si scontra diverse volte col binarismo, a partire proprio dal protocollo che deve seguire:

<<In realtà sono A-GENDER. Per questo durante i mesi di psicoterapia sono stato diverse volte costretto a mentire su molte cose che mi riguardano, perché altrimenti non sarei risultato idoneo per compiere la transizione. Si vanno a colpire i corpi che creano alterità, i problemi nascono quando si esce dal binarismo. So cosa non sono, quello che sono non lo so, e forse non lo capirò mai. E va bene così.>>

Ethan è sempre stato attivo pubblicamente e ha deciso di esserlo ancora una volta, raccontando sui social il suo percorso. Se si nascondesse, non potrebbe neanche far valere la propria autodeterminazione, già del tutto carente quando si sceglie di cambiare sesso, proprio perché, quando si è coinvolti in questo processo, purtroppo non si è in grado di decidere quasi niente. Si deve fare un percorso psicologico e attendere la sentenza dei giudici. Ethan lavora come artigiano e ha a che fare con molte persone. Da quando ha iniziato la transizione, è stato accolto in modo positivo e il suo riconoscimento come uomo da parte degli altri è significativo. Al punto che, avendo vissuto lungamente da donna, non può fare a meno di notare le differenze abissali nel modo in cui viene trattato rispetto a prima.

<<L’atteggiamento è diventato più confidenziale: qualcosa perdi e qualcosa guadagni, c’è meno gentilezza, c’è più confidenza. Le donne ti considerano di più: alla stazione di Lucca, la bigliettaia, che prima è sempre stata “stinfia”, adesso sorride, è gentile. Tra uomini però vigono regole non scritte, ad esempio quella di azzerare una distanza corporea di cui non ci si rende conto, ma che c’è, tra uomo e donna. Devo dire che, da questo punto di vista, ritrovarmi a un contatto fisicamente più stretto mi fa sentire a disagio.>>

Anche nella comunità transessuale si fa spesso fatica a uscire dall’ottica del binarismo e a ridimensionare l’obbligo di aderire in tutto e per tutto a quelle caratteristiche fisiche, comportamentali e culturali che si presume appartengano al sesso di elezione.

<< E’ molto bello iniziare la transizione in età giovane, perché il corpo risponde molto meglio alla terapia ormonale e si possono fare notevoli passi avanti. Però trovo anche delirante questo mito del corpo che molti ragazzini hanno. Sui social esibiscono costantemente i loro progressi fisici e purtroppo spesso vedo che molti, iniziando molto presto la transizione, non si rendono conto di quanto stanno introiettando un punto di vista maschilista, proprio perché mancano di esperienza e consapevolezza. Questo è anche uno dei motivi per cui credo di aver un punto di vista privilegiato sulle cose, proprio perché ho vissuto da donna per molto tempo. Forse per la prima volta sto riuscendo a fare qualcosa per me stesso. E non tornerei mai indietro. >>

In effetti il binarismo nella nostra società viene costantemente affermato e imposto. L’idea che l’essere umano possa unicamente identificarsi come “donna” o come “uomo”, contiene degli aspetti opprimenti. Non è per esempio concesso, in quest’ottica, poter indagare dentro se stessi, accogliere positivamente la propria persona nella sua complessità, autodeterminarsi e sentirsi accettati dagli/dalle altr* per ciò che si è. E se i ruoli di genere sono costruiti culturalmente e si basano su questo binarismo uomo-donna, si capisce bene come questi ruoli, se indagati, risultino asimmetrici, ineguali, opprimenti, perché imbevuti della cultura patriarcale che, in molti casi, corrisponde a una cultura dello stupro, in cui si considera il genere femminile come un oggetto, senza voce né legittimità, di cui la sua controparte maschile può disporre a piacimento. Assistiamo all’oppressione del binarismo patriarcale poi, quando si cerca di suscitare il terrore intorno a una fantomatica “ideologia del gender”, demonizzando progetti educativi e formativi di accoglienza, inclusione e parità di genere a tutti i livelli scolastici, con l’accusa di voler imporre promiscuità sessuale in età precoce e/o una “dittatura omossesuale”. I frutti di questa isteria, lo sappiamo bene, sono l’odio e la discriminazione che prendono il nome di omo-bi-transfobia, insieme alla giustificazione di comportamenti violenti e opprimenti che la cultura patriarcale e maschilista impone alle donne e a tutti gli altri “soggetti imprevisti”.

Francesca Milazzo- LuccAut

 

 

 

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: