Vivere felici con HIV: contagioso è l’ottimismo

 

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Presentazione del libro “La rivoluzione del coniglio” di Antonello Dose presso l’Auditorium Le Fornaci a Terranuova Bracciolini

“La rivoluzione del coniglio” è un libro ottimista: uno lo legge ed esce dalla lettura con un sentimento positivo, con un “ce la possiamo fare”. L’incontro che ha aperto la serie di incontri in attesa del Toscana Pride che si terrà il prossimo 27 maggio ad Arezzo è stato d’ ispirazione per tutte le persone che hanno avuto la possibilità di ascoltare le parole di Antonello Dose, speaker di Radio 2 nel programma Il ruggito del coniglio. Antonello è apertamente omosessuale e apertamente sieropositivo, ma non solo; lui è anche un contagioso ottimista. Ottimismo, il suo, che parte dalla consapevolezza di non essere il problema che si ha, parlando della sua omosessualità: “Pensavo che nella mia natura ci fosse qualcosa di sbagliato fino ai 29 anni, era il 1991 e l’OMS tolse l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali”. Ma anche adesso “uno sente l’omofobia intorno e pensa che dichiarare la propria omosessualità possa lasciarti solo. Per questo è necessario lavorare sull’omofobia interiorizzata. Vivere una vita spezzettata non fa bene”. Vivere la propria vita serenamente e capire che non c’è niente di sbagliato in ognun* di noi è la base della felicità “voglio essere un gay felice” dice Antonello, “se abbiamo le leggi ma viviamo male per quello che siamo, le leggi servono a ben poco”

Antonello è una persona limpida e consapevole, racconta di vari episodi del suo passato legati alla malattia, come per esempio la morte del suo compagno e la ferrea volontà di un suo ex di voler trovare la cura per il virus dell’immunodeficienza umana, tanto irremovibile da stabilirsi negli Stati Uniti e raggiungere i vertici della ricerca medica:

“Coraggio! Resisti! La cura è vicina!”, queste le sue parole, che Antonello riporta con vigore e speranza.

Arrivare a parlare della propria sieropositività non è stato, come è facile immaginarsi, un percorso semplice:

“Decisi di dirlo ai miei genitori dopo 23 anni, li avevo tenuti all’oscuro dei fatti per pietà filiale. Ma penso che un genitore abbia nel cuore la forza di affrontare qualsiasi cosa per il figlio. Pensate che 23 anni fa il virus dell’immunodeficienza umana era considerato mortale, la peste del secondo millennio. C’era il terrore che le relazioni umane potessero essere contagiose. Si creava il vuoto intorno alle persone. Con il buddhismo sono riuscito a trovare il coraggio, attraverso la pratica della preghiera e del lavoro. La preghiera mi aiutava ad alzare lo stato vitale e il lavoro ad impiegare le energie. Questo sforzo ha fatto sì che il mio sistema immunitario abbia resistito per anni fino a che non sono arrivate le medicine.”

Antonello parla anche dell’atteggiamento diffuso in Italia riguardo alla prevenzione e della sua decisione a reagire:

“Nel nostro paese non si parla di prevenzione da un sacco di tempo. Coscientemente ho fatto gossip su di me perché c’era bisogno di parlare di questa cosa. Da quando l’ho detto a livello umano sono cambiate alcune cose: mi sento come un bimbo di 5 anni che vede le persone più belle, più appassionate e tanta tenerezza. Ad un certo punto ho capito che era il momento di dirlo. Per il lavoro che faccio sono più fortunato di altri: mi sono sentito una responsabilità.”

Tuttavia la sieropositività continua a trascinarsi dietro i connotati di una punizione divina:

“Si innesta il pensiero che tu te la sia andata a cercare.” Ma la vita è fatta anche di episodi di superficialità che ti portano in situazioni in cui non avresti voluto trovarti. Da giovane ti senti immune, immortale; per questo è importante lavorare tanto sulla prevenzione e su una narrazione adeguata della sieropositività.

Ed è su questo punto che Antonello prova un senso di responsabilità dato anche, come detto prima, dalla natura del suo lavoro: “La responsabilità è un servizio, non è un potere”.

Buddhismo e attivismo gay si intrecciano nella vita di Antonello:

“Ho fondato un gruppo gay nel mondo buddhista, ho visto anche un carro di gay buddhisti al Pride di San Diego.” In questo modo ha pensato di avvicinare persone e favorire la creazione di uno spazio di condivisione e di abbattimento dei pregiudizi, ma non solo: “La mia diversità è diventata un elemento di valore perché ho potuto aiutare i miei amici… Pride? Ma di più!”.

Ma come si può vivere felici con HIV?

“Io posso vivere felice anche con il problema che ho, che non è l’unico. Io entro in relazione con il problema e lo faccio diventare uno scalino per elevarmi e tornare ad avere scopi come dichiarare “sono guarito!” oppure “sono donatore di sangue!””.

#viverefeliciconhiv #larivoluzionedelconiglio

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