Il costume rosso

di Fosca Sensi

Avevo un costume rosso.  Ma prima di mostrarlo mi sono trovata sul sedile del passeggero di una utilitaria. Accanto a me Giulio cantava Guccini,  la pelle si accordava sul duro dei nervi. Era qualcosa di opaco,  fino alla rima dell’occhio. Senza che me lo spiegassi inaspriva poi in uno zigomo scarno,  attraente.

Avevo un costume rosso.  Mi ero alzata alle cinque.  Avevo passato la crema depilatoria per ogni osso.  O meglio per tutta la superficie che galleggiava tra le mie ossa e l’aria.  Avevo guardato il filmato di una recente sessione di addestramento: una passerella,  la Zora,  il mio cane,  che la percorre e io che le trotterello accanto.  Rivedendolo mandavo a memoria quale passo dovessi tenere perché  non vibrassero le parti liquide del mio corpo.

Avevo bevuto una tisana diuretica.  Avevo versato il caffè e latte in una busta,  ci avevo aggiunto i biscotti,  poi avevo chiuso la busta e l’avevo riposta in un sacchetto più grande insieme a quella della cena del giorno prima.  Poi avevo gettato il sacchetto.
Una volta arrivati, nel parcheggio non c’era ancora nessuno. Le strisce correvano lungo le zolle come disegnate a calce,  ritmicamente erano conficcati i parchimetri . Alla nostra destra,  per noi che venivamo dal nord, il fronte della macchia.  I lecci,  i pini e le querce che già promettevano ghiande. Abbiamo percorso il sentiero con gli zaini che odoravano di plastica.  Mentre sprofondavamo nella macchia Giulio mi teneva la mano.

“Domenica andiamo al mare? ” Quella domanda era lì.  Anche la sera prima, mentre misuravo il giro delle cosce e del bacino  e straordinariamente esaminavo quanto a fondo il costume avrebbe tagliato il corpo.

Non era facile guardarsi allo specchio.  C’era un limite,  dettato dalla costruzione ossea,  che scandiva  una figura  grottesca.  Il graticcio che affiorava dal petto, gli spallacci ossei.  Giravo sulle ginocchia e poi raggiungevo i malleoli in una specie di cavalcata dei segmenti e delle proporzioni. Non avevo il ciclo da quasi un anno.  Nutrivo il mio corpo come dovessero nascervi lembi di piume iridate,  intanto una piccola rosa mi seccava dentro,  mi sentivo un campo di povertà.

Saltavo lievemente sul posto.  Ancora sussitevano sostanze timide,  vibranti. Era possibile pizzicarle,  graffiarle.  Perciò estirparle.
La discesa proseguiva,  mi reggevo al braccio di Giulio finché sotto di noi si è aperto il mare.

Era una gola fuori proporzione su una riva di ciottoli.  La macchia disegnava l’ ovest lungo il confine dell’acqua.  Avevo voglia di dire “equoreo”  per puro piacere di bocca,  era il desiderio di un piano che non finisse e sapevo che poteva essere agitato,  agitato oltre i secoli e sempre troppo per la mia costituzione stanca.
Intanto il costume rosso definiva la sua ustione,  ci nutriva il sole e, poco più sopra, mi aggrappavo alla camicia perché non venisse il momento di spogliarci.

Non era il più bravo,  nemmeno il più bello,  eppure Giulio appariva sereno. Si avvicina e slaccia i bottoni uno a uno,  sotto le mie mani.  Poi sfila la camicia e sorride lungo la mia traiettoria. Sorride a una persona a metà strada fra le nostre immaginazioni. La sento scuotere come un uccello dopo la neve,  mi corre lungo i polsi,  lungo l’arco e le lenticole dei denti,  germina nel cuoio capelluto,  nel velo della pelle.  Mi deve essere scappato un sorriso,  forse una mezza disperazione,  perché Giulio a quel punto mi dette un bacio e, confondendo le nostre ignoranze,  mi scarcerò.

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